Perché abbiamo paura di guarire: la fedeltà invisibile al dolore e la voce dalla cripta
Imbattendomi nella lettura del primo capitolo, del libro: “stati primitivi della mente“, a cura di J. Van Burren e S. Alhanati, è sorta una domanda fondamentale che; oltre all’esperienza personale in analisi, è un quesito che mi sono domandato durante il lavoro con i pazienti: perché alcune persone, proprio quando stanno meglio, sperimentano la paura di guarire? Perché il cambiamento, anche quando è desiderato, può scatenare una resistenza feroce? In psicoanalisi questo fenomeno è noto come Reazione Terapeutica Negativa, ma dietro questa definizione si nasconde un’esperienza umana molto più profonda: una fedeltà oscura al proprio dolore, una lealtà antica verso parti di sé rimaste indietro. Nel suo lavoro sugli stati primitivi della mente, James Grotstein offre una chiave di lettura sorprendente. La resistenza non è un capriccio, né un sabotaggio volontario: è il linguaggio di un Sé ferito che teme di essere abbandonato.

Il paradosso del benessere: quando migliorare fa paura
Secondo l’autore del capitolo, il benessere non è sempre vissuto come una liberazione. Per molte persone, il cambiamento rappresenta una minaccia alla propria coerenza interna. Betty Joseph -famosa psicoanalista britannica- lo descrive come la difesa dell’“equilibrio psichico”: anche quando questo equilibrio è fatto di sofferenza, è pur sempre ciò che conosciamo, è casa. Il progresso può essere percepito come una destabilizzazione, un rischio di “catastrofe psichica”. Grotstein parla di una “profonda e persistente paura di cambiare” .
È il paradosso di chi, pur desiderando la guarigione, finisce per “soccombere al successo”.
La voce dalla cripta: il bambino reietto che non vuole essere lasciato indietro
Per comprendere questa resistenza il buon Grotstein, introduce l’immagine del bambino reietto (castaway infant), una parte del Sé che vive in una condizione di “orfania ontologica”. È un frammento psichico confinato in un “rifugio della mente”, un luogo dove il tempo si è fermato a causa di traumi precoci.
All’interno del primo capitolo una paziente, commuovendo l’autore, lo descrive così:
“C’è una bambina molto piccola accasciata come un mucchietto raggrinzito in fondo alla mia mente.”
Questa immagine non è un artificio poetico: è la rappresentazione di una parte psichica che non si sente degna di esistere, il bambino reietto appunto.
Ogni passo verso la guarigione può essere vissuto come un tradimento verso chi è rimasto nell’ombra. La resistenza, allora, è un grido: non lasciarmi indietro.
Il sabotatore interno: il Kapò della mente
Uno dei concetti più vertiginosi di Grotstein è quello dell’”omicidio dell’anima” (soul murder). In contesti infantili ostili, il bambino può aver stretto un “patto col diavolo” per sopravvivere: identificarsi con l’oggetto persecutorio. Nasce così una sorta di Sindrome di Stoccolma interna: una parte della mente diventa un Kapò, un doppiogiochista che sorveglia e punisce ogni tentativo di emancipazione. Questo sabotatore interno agisce con crudeltà, ma non per distruggere: lo fa per proteggere la parte più fragile, che ha sviluppato un investimento libidico verso il proprio carceriere. Meglio la tirannia conosciuta che la solitudine assoluta della cripta .
La saggezza nascosta della resistenza
La resistenza non è un nemico da eliminare. Grotstein invita a considerarla come una “sentinella intelligente”, un meccanismo che tenta di evitare una frammentazione psichica troppo dolorosa. In alcuni casi, la mente mette in atto una “inversione della funzione alfa”: la capacità di elaborare l’esperienza viene sequestrata da una “funzione canaglia” che attacca ogni pensiero vitale. Non per cattiveria, ma per proteggere il soggetto da una verità che non può ancora integrare senza andare in pezzi. Senza che il proprio Sé si disintegri.
L’asimmetria della guarigione: quando una parte cresce e l’altra soffre
La guarigione in psicoanalisi, non procede mai in modo uniforme. La mente è un sistema composto da molteplici soggetti interni, ciascuno con desideri e timori propri. Quando una parte di noi fiorisce, il Sé ombra rimasto nella cripta può provare una profonda auto‑invidia. Si sente abbandonato, tradito, escluso. E reagisce sabotando il progresso per riportare tutto allo stato precedente. Per questo Grotstein parla della necessità di una visione binoculare: vedere contemporaneamente la parte che cresce e quella che soffre, senza che una annulli l’altra .
Restaurare la giustizia interna: l’inchiesta del Coroner
Guarire non significa semplicemente “stare meglio”. Significa intraprendere un’indagine interiore, una sorta di “inchiesta del Coroner” o del “Procuratore Generale”, per dare voce a quel “disgraziato bambino reietto non nato” che è stato messo a tacere. È un processo di restaurazione della giustizia interna: riconoscere, nominare, integrare.
E ci pone davanti a una domanda radicale:
Quale parte di noi stiamo ancora tenendo chiusa nella cripta, per paura che la sua luce possa destabilizzare il nostro fragile equilibrio? A voi l’ardua sentenza…
